ascea velia cilento Il Cilento è una terra misteriosa, una terra che affascina chiunque la scopre e la vive per la prima volta, il Poseidonia Beach Club intende raccontarla attraverso le parole di Giuseppe Ungaretti, notissimo poeta del nostro Novecento, è meno noto come prosatore, anche perché la sua produzione è dispersa in articoli, traduzioni, saggi critici apparsi su varie riviste. Uno dei pochi volumi di prose è "Il Deserto e dopo", pubblicato nel 1961 da Mondadori, che raccoglie articoli scritti fra il 1931 e il 1934 sui suoi viaggi fra Egitto, Corsica, Italia, Olanda. La terza parte, intitolata "Mezzogiorno", comprende alcune pagine di diario sul Cilento, percorso da Ungaretti nella primavera del 1932.

…da una penombra sbuchiamo sul mare. La Costiera taglia il monte – siamo verso Punta Licosa – e interrompe un avviarsi di magri pini che giu’ ai nostri piedi tornano a vedersi sulla discesa quasi a picco; tentennanti nel vento. Poi i pini diventano una folla che viene giu’ di corsa; poi entriamo in una valle brulla; a volte un ulivo.Poi i monti si fanno indietro; gli ulivi (sono d’una foglia scura, piu’ scura della Liguria o in Toscana o in Provenza, e fremendo all’aria, essa mostra un argento pieno d’un ombra piu’ annosa) gli ulivi si radunano, le creste salgono sino a Monte Stella, il mare torna, si stende, grigio infinito, sull’ultimo gradino del foro, e s’alza il sipario…. Ci viene incontro la Valle dell’Alento appare Elea.


E’ dunque questa, Elea, città fondata da fuggiaschi e dunque questa, Velia verso cui Cicerone fuggiva quanto fu ucciso? Un colle e, su un castello come una gran carcassa di gallo fra due torri – e null’altro?


La gente è rifugiata ancora dall’altra parte delle pendici, e il castello, che Carlo V muni’ poi delle due torri, è Castellamare della Bruca; costruito dai Benedettini guerrieri, che stavano, anch’essi, dietro o monti, fra eriche, nel monastero di S. Mauro. E una volta, prima che il mare si ritirasse, il colle ci si specchiava, mille anni fa, quando ancora fra qui e Palinuro c’erano i segni d’una comoda città.

Elea, questa è Elea, città di fuggiaschi, dove anche il mondo aveva finito col diventare un’assenza: questa è Elea ...città assente!!

O tu Senofane rapsodo, che qui approdavi dalla Jonia invasa, della tua opera non restano frammenti piu’ vasti di queste schegge di terracotta del primo e del quarto secolo che a piene mani posso raccattare salendo. Ma quanto tu eri amaro, uomo che a lungo eri stato sul mare, scoprendo che solo il pensiero è immortale. Cercavi, o viaggiatore, l’essere e non piu’ le apparene , l’unità e non gl’individui, e per primo nel mondo occidentale, in questa terra d’Italia, toglievi, o poeta crudele, alle immagini la divinità.

Non può esserci spazio, cioè vuoto, insisterà con te il tuo discepolo Parmenide. Guarderà come me da quest’altura e vedrà, per il torbido della giornata, il cielo senza orizzonte confondersi col mare nello stesso grigio infinito, e avrà nuova prova che l’infinito è, come il finito, un’illusione.

E se non può esserci spazio, se non può esserci cioè vuoto, se l’unica sostanza reale tutto occupa, è un inganno dei sensi il non essere; anche la morte è un inganno, come il muoversi, come il mutare.

E di te, città disperata, e di voi, primi occhi aperti, o Eleati, non è rimasto altro, se non un po’ di polvere? La vostra forma mortale era bene un’illusione, come tu dicevi, Parmenide; ma la vostra voce, io la sento in questo silenzio: ciò che era materia immortale in voi, è immortale anche in questo mio corpo caduco. Scendendo, mi accorgo di tre ulivi: hanno il tronco corto e liscio, e, grandissime braccia alzate. Incontro poi delle piante oscene: asparagi selvatici, giovani cardi le cui foglie increspate, variegate come da cicatrici, s’attaccano alla terra come aspirate da un bacio. Arrivato giù, m’accorgo che sul pendio ci sono in fiore anche le ginestre e gli asfodeli. Potevano mancare tra le rovine? E, laggiu’, c’è in fiore una tavola di rape, gialla come le ginestre; ma festosissima.


Dall’altura di Velia avevo guardato a sinistra Palinuro colla meraviglia che fa sempre una pietra enorme resa aerea dalla distanza. A destra, la foce dell’Alento m’aveva rimesso in mente questa nozione incredibile: che sono i fiumi che portano il sale al mare. E da tutte le parti ero circondato da cespi di genziana. E mi faceva meraviglia una seconda cosa: che l’azzurro argenteo delle genziane fosse quello dei vaporosi orizzonti di Palinuro e quello del ramificarsi dell’ultimo Alento.

Quando Velia scompare, l’arco che s’apre va fino al promontorio di Pisciotta. Incominciano ad arginare il mare rocce rugginose. La prima, corrugata come un tartufo di mare inverosimile ha quella violenza che fa piu’ paura: è violenta sino all’aridità e sino alla preziosità. Subito dopo vediamo un monte mosso da una strada come una saetta. Una violenza simile – in sul nascere del Barocco, e Michelangelo non era ancora lontano nel passato – l’ho vista solo a Roma, in due dipinti del Caravaggio: Il San Pietro e il San Paolo di Santa Maria del Popolo.


Fonte "Il Deserto e dopo", pubblicato nel 1961 da Mondadori – Giuseppe Ungaretti